In Diritto di famiglia, Sentenze Corte di Cassazione

CORTE D’APPELLO DI TORINO – SEZIONE PER I MINORENNI – SENTENZA 1 giugno 2016 MASSIMA

Secondo un’interpretazione conforme non solo al dato letterale della norma, ma anche al precetto costituzionale e convenzionale (in particolare artt. 8 e 14 CEDU) ed in coerenza con la finalità dell’intera disciplina volta al perseguimento dell’interesse del minore, ai fini della dichiarazione di adozione ex art. 44 lettera D) L. n. 184/1983 non è necessario sussista lo stato di abbandono del minore stesso. Dunque, non avendo rilevanza alcuna l’orientamento sessuale dell’adottante, può essere disposta a favore di ciascuno dei componenti della coppia omogenitoriale l’adozione del figlio del rispettivo partner in base all’art. 44 lett. D) L. n. 184/1983, se con ciò si realizza il preminente interesse dei minore.

CASUS DECISUS

Il Tribunale dei Minorenni di Torino con sentenza del 23 ottobre 2015 respingeva la domanda di adozione proposta da una donna, ai sensi dell’art. 44 lett. D) e B) l. n. 184/1983, del figlio della convivente. Le due donne avevano contratto matrimonio in Islanda e sottoscritto un patto di convivenza nell’aprile 2011. L’attrice sottolineava che il bambino era stato voluto e cresciuto da entrambe all’interno di un progetto di genitorialità condivisa, e che ella aveva svolto da sempre un vero e proprio ruolo di madre così che l’adozione era l’unico mezzo attraverso il quale perseguire l’interesse del minore.
Il Procuratore della Repubblica riteneva ammissibile la domanda, ed esprimeva parere favorevole all’adozione. Il Tribunale, nonostante il parere favorevole del Procuratore della Repubblica, respingeva la domanda ritenendo necessario per l’operatività dell’art. 44 lettera D) lo stato di abbandono del minore che pacificamente non ricorreva nel caso di specie. 
L’attrice in primo grado proponeva quindi ricorso presso la Corte d’Appello di Torino, censurando la sentenza del Tribunale in quanto carente di motivazione con particolare riferimento all’ipotesi sub D) dell’art. 44 L. 184/1983; proponendo una lettura delle norme invocate del tutto difforme da quella effettuata dal Tribunale; sostenendo in particolare come non sia necessario che il minore versi in stato di abbandono per pronunziare l’adozione; ritenendo che il Tribunale non abbia valutato in concreto l’interesse del minore, ex art. 57 l. 184/83 ed argomentando infine circa il diritto alla vita famigliare anche alla luce dell’interpretazione della giurisprudenza della Corte EDU.

ANNOTAZIONE

Con la sentenza in commento la Corte d’Appello di Torino afferma la possibilità per uno dei componenti una coppia omogenitoriale di adottare il figlio biologico del convivente, riconoscendo così di fatto la sussistenza nel nostro ordinamento della c.d. stepchild adoption che il legislatore ha mancato di normare espressamente con la L. n. 118/2016 (c.d. legge Cirinnà). Tali principi recentemente sono stati sostenuti con motivazioni similari dalle Corti d’Appello di Roma e Napoli con specifico riferimento alle ipotesi di coppie omosessuali, ma in generale da anni la giurisprudenza si interroga sulla corretta interpretazione della lettera D) dell’art. 44 L. n. 184/1983 e cioè se sia necessario o meno che sussista lo stato di abbandono del minore. 
L’adozione speciale di cui agli artt. 44-57 L. n. 184/1983 differisce da quella c.d. ordinaria innanzitutto per la tassatività delle ipotesi in cui è possibile farvi ricorso individuate dal citato art. 44. Scopo dell’istituto è sempre quello di realizzare il superiore interesse del minore (così infatti specifica l’art. 57), che in questo caso viene perseguito per il tramite di una forma di adozione che non rescinde i rapporti giuridici e relazionali con la famiglia d’origine, ma individua un soggetto che esercita la responsabilità genitoriale ed assume tutti i doveri inerenti a detto status. 
Il caso che ci occupa attiene alla specifica ipotesi in cui l’adozione sia disposta in quanto non sia possibile procedere all’affidamento preadottivo (art. 44 lett. D). L’interpretazione di tale ipotesi legislativa ha destato da tempo contrasti in dottrina e giurisprudenza, dando luogo ad un vivace dibattito divenuto ancor più aspro con riferimento all’opportunità e ammissibilità della c.d. stepchild adoption per le coppie omosessuali.
Secondo l’orientamento più rigoroso l’impossibilità di affidamento preadottivo deve essere intesa in senso strettamente fattuale ricorrendo nei soli casi in cui pur sussistendo lo stato di abbandono del minore non sia possibile farsi luogo all’adozione ordinaria. Così anche la Suprema Corte in una recente pronuncia del 2013 ha affermato: “la norma contenuta nell’art. 44 individua delle ipotesi tassative e di stretta interpretazione, le uniche quindi che possano legittimare la proposizione di una richiesta di adozione in casi particolari.
Cosicché è contrario alla ratio legis dell’art. 44 dilatare la nozione di impossibilità di affidamento pre-adottivo ricomprendendovi non solo l’ipotesi del mancato reperimento (o del rifiuto) di aspiranti all’adozione legittimante ma anche l’ipotesi del contrasto con l’interesse del minore, in quanto criterio guida di tutta la normativa sull’adozione. La valutazione dell’interesse del minore non è affatto esclusa da una interpretazione coerente alla volontà del legislatore di configurare un istituto specifico e destinato ad operare solo in casi particolari ma trova la sede propria di valutazione nel giudizio relativo allo stato di adottabilità e nel procedimento di adozione. Ne deriva che l’ipotesi dell’adozione per impossibilità di affidamento preadottivo rappresenta una ipotesi subordinata al mancato esito dell’adozione legittimante e non può essere messa sullo stesso piano e comparata con la concreta possibilità di un affidamento preadottivo. Vi è in sostanza nel sistema normativo una scelta del legislatore per l’adozione legittimante che può essere disattesa solo nel caso in cui il suo esito sia negativo” (C. Cass. 27 settembre 2013, n. 22292). 
Altra parte della dottrina e della giurisprudenza hanno dato un’interpretazione molto più estensiva della locuzione “impossibile procedere all’affidamento preadottivo” negando la necessità della ricorrenza dello stato di abbandono in quanto l’impossibilità deve essere intesa in senso non strettamente fattuale, bensì giuridico-formale. Così si è ammessa l’adozione da parte del convivente del genitore del minore, quando questi, proprio perché assistito dal genitore ed anche eventualmente dai parenti, non avrebbe potuto essere dichiarato in stato di abbandono. Tale interpretazione trova il proprio fondamento sul prioritario e necessario perseguimento dell’interesse del minore nonché sulla ratio e funzione della disciplina in materia di adozione speciale. Come messo in luce dalla Corte di Appello di Roma “l’adozione in casi particolari, di cui alla l. 184 del 1983, art. 44, comma 1, lett. d), a differenza di quella c.d. piena o legittimante: a) è volta a proteggere legami affettivi e relazionali preesistenti, instaurando vincoli giuridici tra il minore e chi di lui stabilmente già si occupa, tanto a tutela dell’interesse del minore stesso ad una idonea collocazione familiare, b) è consentita anche a chi non è coniugato o alla persona singola, c) pertanto non presuppone una situazione di abbandono dell’adottando, ma solo l’impossibilità, di fatto o di diritto, dell’affidamento preadottivo” (C. App. Roma 23 dicembre 2015). 
Allo stesso modo la sentenza della Corte d’Appello di Torino in commento nega sia necessario che ricorra lo stato di abbandono perché possa farsi luogo all’adozione, ritenendo che l’impossibilità debba essere intesa in senso giuridico e non meramente fattuale. La Corte torinese mette in luce come un’interpretazione diversa della norma sia contraria ai principi e dettami tanto della carta costituzionale quanto della CEDU. 
Nella sentenza in esame infatti viene messo in luce come “la Corte Costituzionale ha respinto l’eccezione sollevata con riferimento agli articoli 3 e 30 della Costituzione, affermando che l’articolo 44 della legge 184 del 1983 si sostanzia in una sorta di clausola residuale per i casi speciali non inquadrabili nella disciplina dell’adozione legittimante, consentendo l’adozione dei minori anche quando non ricorrono le condizioni di cui al primo comma dell’articolo 7, e all’interno di questo contesto (di questa “logica di apertura”, scrive la Corte) l’ipotesi della lettera C (ora lettera D) fornisce un’ulteriore “valvola” per i casi che non rientrano in quelli più specifici previsti dalla norma stessa, ha precisato la Corte che l’interpretazione logica e sistematica della norma non conduce alla conclusione che sia necessaria la previa dichiarazione dello stato di abbandono del minore, e dunque la declaratoria formale di adottabilità nonché il vano tentativo dell’affidamento preadottivo” (così C. Cost. n. 383/1999).
Per quanto attiene al profilo di violazione delle norme convenzionali, occorre specificare che secondo la Corte di Strasburgo nella nozione di “vita familiare”, riconosciuta come vero e proprio diritto dall’art. 8 CEDU, non rientrano solo “gli status giuridici riconosciuti ma tutti i legami personali che abbiano creato di fatto vincoli affettivi tra i componenti del nucleo familiare” (Corte EDU, 13 dicembre 2007, decisione Emonet e altri c. Svizzera). 
A fronte di tale definizione, l’applicazione del principio di non discriminazione sulla base dell’orientamento
sessuale, di cui all’art. 14 della Carta, ha portato la Corte EDU ad affermare che uno Stato deve garantire ai
partner omosessuali gli stessi diritti riconosciuti ai singoli o alle coppie eterosessuali non unite in matrimonio. La Corte di Strasburgo ha così recentemente condannato l’Austria proprio in quanto la legislazione austriaca consentiva l’adozione del figlio del partner in coppie non coniugate di sesso diverso mentre la vietava alle coppie dello stesso sesso conviventi violando così il combinato disposto degli artt. 8 e 14 CEDU (Corte EDU, 19 febbraio 2013, decisione X c. Austria). 
Qualora non sia dia dell’art. 44 lett. D) L. n. 184/1983 l’interpretazione offerta dalla Corte di Torino anche l’Italia si esporrebbe alle medesime censure. Si ribadisce infatti che sono ammessi all’adozione in casi particolari anche i single e le coppie eterosessuali conviventi e dunque negare la possibilità di ricorrere all’adozione speciale del figlio del convivente omosessuale significherebbe porre in essere una discriminazione lesiva tanto degli interessi del minore che di quelli dell’adottante non trovando altra giustificazione l’agire del legislatore che nella disparità di trattamento degli omosessuali. 
Giova infine porre all’attenzione che a seguito della citata sentenza della Corte d’Appello capitolina del 23 dicembre 2015 il Procuratore Generale ha proposto ricorso innanzi alla Corte di Cassazione sostenendo in particolare che: l’adozione in casi particolari di cui all’art. 44 lettera D) l. n. 184/1983 è ipotesi diversa da quelle previste alle lett. A) (adozione da parte di parenti entro il sesto grado) e B) (adozione da parte del coniuge); il principio per cui non è necessaria la dichiarazione di adottabilità nelle ipotesi sub A) e A) non è
consequenzialmente applicabile anche all’ipotesi di cui alla lett. D); l’espressione “constatata impossibilità di affidamento preadottivo”, per la sua struttura lessicale e grammaticale, necessariamente implica che sia disposto l’affidamento preadottivo (e che, dunque il minore versi in stato di abbandono) e che esso sia, per l’appunto, impossibile proprio per l’uso del participio passato “constatata”.
Si confida dunque che presto si pronuncerà sul tema la Suprema Corte portando ordine e chiarezza in una materia che necessita quanto meno un intervento nomofilattico.

TESTO DELLA SENTENZA


CORTE D’APPELLO DI TORINO – SEZIONE PER I MINORENNI – SENTENZA 1 giugno 2016 – Pres. Mecca – est. LanzaMotivazione in fatto e in dirittoCon sentenza in data 20-23.10.2015 il Tribunale per i Minorenni di Torino ha respinto la domanda proposta … ai sensi dell’articolo 44, lettera D, legge 4 maggio 1983 n. 184 – la domanda era stata poi estesa con riferimento anche alla ipotesi di cui alla lettera B, stessa norma.La ricorrente esponeva:di convivere dal 1998 con la signora … in virtù di una stabile relazione affettiva, iscritta presso l’Anagrafe dì Torino quale ‘famiglia anagrafica costituita da persone conviventi legate da vincoli affettivi’, di aver contratto matrimonio in Islanda il … di aver sottoscritto patto di convivenza nell’aprile 2011, di convivere in un appartamento in Torino di proprietà della signora … precisava che … in costanza di convivenza aveva generata un figlio, … di essere il bambino cresciuto all’interno di un progetto di genitorialità condivisa, fondato anche sull’accordo di convivenza, e all’interno del nucleo familiare composto dalla … dalla … e dal piccolo … come risulta anche dal certificato di stato di famiglia; faceva presente di aver sempre svolto a tutti gli effetti e con l’accordo della compagna, un vero e proprio ruolo di madre nei confronti del bambino. Chiedeva la pronuncia dì adozione ex articolo 44 lettera D) osservando altresì di essere stata designata dalla compagna come tutore di … in caso di necessità, di essersi designate come amministratori di sostegno l’una nei confronti della compagna, di essere coperta dalla Polizza assicurativa contro gli infortuni stipulata dal datore di lavoro in favore di … di … in qualità di beneficiari, soggetti nominati altresì beneficiari del Fondo Pensione dipendenti, e che le risorse economiche del nucleo confluivano in un conto corrente bancario cointestato e in un conto deposito; affermavano entrambe di voler ratificare e formalizzare anche sotto il profilo legale la realtà degli affetti che lega il nucleo familiare. La ricorrente evidenziava che il forte legame affettivo tra sé e il bambino nulla avesse di diverso da un vero e proprio vincolo genitoriale, che il minore da sempre era stato cresciuto da una coppia di donne che per lui costituivano i riferimenti affettivi primari. Argomentava in diritto la pretesa e chiedeva pronunciarsi l’adozione del minore.Il Procuratore della Repubblica nel corso del giudizio riteneva ammissibile la domanda, ed esprimeva parere favorevole all’audizione.In primo grado sono state sentite la richiedente e la madre biologica – che ha espresso il suo assenso e consenso all’adozione; sono state acquisite informazioni dal Servizio Sociale territorialmente competente – la rel. inviata in data 8.6.2015 ha riferito in merito alla condotta morale della richiedente, alle motivazioni dell’istanza di adozione, alla competenze genitoriali delle due componenti la coppia, alla situazione familiare e di crescita del bambino, e ha concluso formulando parere positivo per l’accoglimento della domanda; sono state acquisite anche le informazioni presso la Legione Carabinieri Piemonte e Valle d’Aosta, pervenute in data 25.5.2015. Le informazioni acquisite sono state tutte ampiamente positive.Il Tribunale con la sentenza indicata ha respinto le domande.Questa in sintesi la motivazione,Circa la domanda ex art. 44 lettera D) il Tribunale ha rilevato che:- Il minore … non si trova in stato di abbandono, presupposto necessario dell’adozione richiesta ex articolo 44 lettera D), in quanto vive stabilmente con sua madre, che si occupa di lui. Non può essere accolta l’interpretazione sostenuta dalla difesa della richiedente in base alla quale nel concetto di ‘impossibilità di un affido preadottivo’ di cui parla la norma dovrebbe potersi ricomprendere anche l’impossibilità giuridica: il Tribunale ritiene che questa impostazione conduca ad una lettura eversiva della norma, se un affido preadottivo è giuridicamente impossibile, significa che non può essere disposto ai sensi di legge e dunque non vi e spazio, giuridicamente parlando, per una vicenda adottiva nei limiti imposti dalla legge.Quanta alla ipotesi sub B) dell’ art. 44 il Tribunale ha osservato che nel caso di specie manca il presupposto dell’unione in matrimonio con la madre del minore; né, osserva il Tribunale, tale disposizione legislativa può risolversi in una lesione dei diritti fondamentali, in quanto l’adozione, anche nei casi particolari, non appartiene al novero dei diritti, tanto meno di quelli fondamentali, non esistendo un diritto ad avere figli o ad adottarli, ragionamento che vale sia per le coppie coniugate che per quelle di fatto.Avverso detta sentenza ha proposto appello la signora … con ricorso depositato in data 1.12.2015, formulando le conclusioni riportate in epigrafe.L’appellante lamenta in primo luogo carenza di motivazione in quanto il Tribunale non avrebbe valutato ed esaminato tutte le argomentazioni svolte dalla difesa, in particolare can riferimento all’ipotesi sub D) dell’art. 44; indi, in diritto, propone una lettura delle norme invocate del tutto difforme da quella effettuata dal Tribunale, sostiene che non sia necessario che il minore versi in stato di abbandono per pronunziare adozione in casi particolari sub D) , e ritiene che il Tribunale non abbia valutato in concreto l’interesse del minore, ex art. 57 l. 184/83 argomenta infine circa il diritto alla vita famigliare anche nella interpretazione della giurisprudenza della Corte EDU.All’odierna udienza la Corte ha sentito le parti, successivamente si è proceduto alla discussione della causa.Il PG ha concluso chiedendo l’accoglimento dell’appello, ex art. 44, lettera D) l. 184/83.Ritiene la Corte che l’appello sia fondato, e che la domanda formulata in primo grado debba essere accolta, sulla base delle argomentazioni che seguono.Va premesso che la Corte, doverosamente e necessariamente secondo le regole del processo, si deve occupare della domanda proposta in primo grado da … sulla base delle norme esistenti (dunque, ragionando de iure condito), nei termini sopra riportati, domanda disattesa dal Tribunale con motivazione contestata in grado di appello: pertanto, è del tutto estranea al presente giudizio ogni considerazione de iure condendo, pur attinente alla materia.Venendo al merito della questione, la Corte ritiene di dover escludere ogni riferimento all’ipotesi di cui alla lettera B) dell’articolo 44 citato, laddove prevede che i minori possono essere adottati dal coniuge del genitore la richiedente non può far valere un rapporto di coniugio (il matrimonio tra persone dello stesso sesso contratto in un paese ove è consentito, nel caso di specie in Islanda, pacificamente non produce effetti nell’ordinamento italiano).Quanto all’ipotesi prevista dalla lettera D) della norma (i minori possono essere adottati anche quando non ricorrono le condizioni di cui al comma 1 dell’articolo 7: … D) quando vi sia la constatata impossibilità di affidamento preadottivo) ritiene la Corte, valutate le difese e le argomentazioni delle parti, e la motivazione del provvedimento impugnato, che il nocciolo della questione sia costituito dalla necessità (come ha ritenuto il prima giudice) o meno (come ritengono l’appellante e il P.G.) della previa dichiarazione dello stato di abbandono.E’ infatti pacifico che nel caso di specie il minore non sia in stato di abbandono, e la questione è proprio quella relativa alla possibilità di pronunciare adozione in casi particolari nell’ipotesi in cui non vi sia uno stata di abbandono.Altre questioni astrattamente prospettabili – quali la possibilità per una persona non coniugata di adottare in casi particolari, ovvero l’inidoneità della richiedente sotto il profilo della capacita genitoriale, per ragioni connesse all’orientamento sessuale – non sono state trattate nella sentenza impugnata e non hanno trovato ingresso nella discussione.La Corte osserva come la norma non sia di chiara formulazione, ma anzi piuttosto oscura soprattutto ove si proceda ad una interpretazione sistematica, e si tenga conto, come ha fatto il Tribunale, della prevalente applicazione che la giurisprudenza ha effettuato negli anni; tuttavia alcune considerazioni devono esser fatte:1) il comma 1 prevede la possibilità, in generale, di procedere all’adozione in casi particolari ‘anche quando non ricorrano le condizioni di cui al comma 1 dell’art. 7’ – che consente l’adozione legittimante ‘a favore dei minori dichiarati in stato di adottabilità’, per i quali è stato accertato lo stato di abbandono: dunque, l’adozione ex art. 44, stando al significato letterale delle parole, può essere pronunciata sia che ricorra sia che non ricorra l’accertamento dello stato di abbandono, e la dichiarazione dell’adottabilità:2) la lettera della legge non pone, pertanto, la presenza di tale necessario requisito;3) una lettura sistematica della norma che imponesse tale preliminare requisito non sarebbe conforme a Costituzione. Invero sul punto sì è già pronunciata la Corte Costituzionale con la sentenza n. 383 dep. il 7.10.1999 – va precisato che all’epoca di tale pronunzia la diversa formulazione della norma poneva l’ipotesi di impossibilità di affidamento preadottivo alla lettera c), non essendo ancora state introdotta l’ipotesi ‘quando il minore si trovi nelle condizioni indicate nell’articolo 3, comma 1, della legge 5 febbraio 1992 n. 104 e sia orfano di padre e di madre’, rimanendo per il resto immutato il testo della norma. La Corte costituzionale si è pronunciata proprio in casi in cui parenti entro il quarto grado avevano chiesto l’adozione in casi particolari di minori i cui genitori erano stati dichiarati decaduti dalla potestà parentale, ma la domanda non poteva essere accolta, in quanto, ritenevano i giudici remittenti, era necessario preliminarmente constatare l’impossibilità dell’affidamento preadottivo, e dunque l’esistenza necessaria di uno stato di adottabilità già definitivamente dichiarato: i minori non erano stati dichiarati adottabili né avrebbero potuto esserlo, poiché degli stessi si stavano validamente occupando i parenti entro il quarto grado che avevano fatto domanda. La Corte Costituzionale ha respinto l’eccezione sollevata con riferimento agli articoli 3 e 30 della Costituzione, affermando che l’articolo 44 della legge 184 del 1983 si sostanzia in una sorta di clausola residuale per i casi speciali non inquadrabili nella disciplina dell’adozione legittimante, consentendo l’adozione dei minori anche quando non ricorrono le condizioni di cui al primo comma dell’articolo 7, e all’interno di questo contesto (di questa ‘logica di apertura’, scrive la Corte) l’ipotesi della lettera C (ora lettera D) fornisce un’ulteriore ‘valvola’ per i casi che non rientrano in quelli più specifici previsti dalla norma stessa, ha precisato la Corte che l’interpretazione logica e sistematica della norma non conduce alla conclusione che sia necessaria la previa dichiarazione dello stato di abbandono del minore, e dunque la declaratoria formale di adottabilità nonché il vano tentativo dell’affidamento preadottivo. La legge, in mancanza del presupposto dell’abbandono, non esige la dichiarazione dello stato di adottabilità, e poichè esiste già un nucleo con vincoli dì parentela disposto ad accogliere stabilmente il minore per fornirgli l’ambiente adatto alla sua crescita, non è necessario tentare di trovarne altri, né si deve formalmente constatare l’impossibilità di un affidamento diverso da quella già in atto. Ha precisato la Corte che il legislatore con la norma indicata ha voluto favorire il consolidamento dei rapporti tra il minore e i parenti o le persone che già si prendono cura di lui, prevedendo la possibilità di un’adozione con effetti più limitati rispetto a quella legittimante ma tali presupposti necessariamente meno rigorosi di quest’ultima, e che tale previsione è pienamente conforme al principio ispiratore di tutta la disciplina in esame e cioè l’effettiva realizzazione degli interessi dei minore. A seguito di tale pronunzia, interpretativa di rigetto, può concludersi nel senso che una diversa interpretazione della norma non sarebbe conforme a Costituzione, e dunque non consentita.4) Del resto la lettura sin qui esposta oltre ad essere costituzionalmente orientata, risulta anche convenzionalmente orientata (Corte Cost. ordinanza 27.6.2012: ‘…il giudice comune …. deve avere riguardo alle «norme della CEDU, come interpretate dalla Corte di Strasburgo…, occorrendo rispettare «la sostanza» di tale giurisprudenza, con un margine di apprezzamento e di adeguamento che le consenta di tener conto delle peculiarità dell’ordinamento giuridico in cui la norma convenzionale è destinata e inserirsi’), con riferimento all’art. 8 CEDU per quanto in seguito si dirà5) Infatti , è ora necessario valutare , ai sensi dell’art. 57 n. 2 l. 184/83, se l’adozione realizza il preminente interesse del minore. Questa Corte ha già pronunziato, in diritto, in tema di ‘interesse superiore del minore’ (decreto 29.19.2014, n. VG 584/2013): in qual caso, come in questo, ‘non si tratta di introdurre ex trova una situazione giuridica inesistente, ma di garantire la copertura giuridica ad una situazione di fatto in essere da anni nell’esclusivo interesse di un bambino… Assume rilievo determinante la circostanza che la famiglia esista non tanto sul piano dei partners ma con riferimento alla posizione, allo status e alla tutela dei figlio. Nel valutare il best interest per il minore non devono essere legati fra loro il piano del legame tra i genitori e quello fra genitore-figli: l’interesse del minore pone, in primis, un vincolo al disconoscimento di un rapporto di fatto nella specie validamente costituito fra la co-madre e un figlio… Compito del giudice, come ribadito dalle pronunce della Corte di Giustizia che recano in epigrafe i diritti concreti ed effettivi non teorici ed illusori, è quello di rendere effettivi con la giurisdizione i diritti previsti dalla legge; non può affermarsi, nel caso de quo, che costituisca il miglior interesse del minore privarlo di un legame attraverso il quale si esprime il diritto al proprio status di figlio’. Ed invero rilevano nel caso di specie in modo particolare, con riferimento all’articolo 8 della Convenzione le note sentenze Mennesson c. Francia e Labasee c. Francia della Corte Europea dai Diritti dell’uomo, 26 giugno 2014, laddove si afferma che ‘il rispetto per la vita include il primario interesse a definire la propria identità come essere umano, compreso il proprio status di figlio o di figlia di una coppia di genitori’ – in quel caso i minori, ad avviso della Corte EDU, si trovavano in uno stato di incertezza giuridica a causa del mancato riconoscimento, da parte dell’ordinamento francese, del loro status di figli nati all’estero con ricorso a modalità procreative vietate dallo stesso ordinamento.6) Dunque, l’interpretazione giurisprudenziale data dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo fornisca una definizione del concetto di ‘vita familiare’ ex art 8 Convenzione, fondamentalmente ancorata ai fatti, e non tanto basata su condizioni giuridiche, e che sono i rapporti, i legami, la convivenza, a meritare tutela. L’esistenza di vita familiare non è subordinata all’accertamento di un determinato status giuridico quanto piuttosto all’effettività dei legami, come ha affermato la CEDU nelle sentenze Gas e Dubois contro Francia, K.T, Contro Finlandia, Emonet e altri e Svizzera. Nessun rilievo puó avere le circostanza che il nucleo familiare sia formato da una unione affettiva eterosessuale ovvero tra persone dello stesso sesso: di recente la Corte di Cassazione con la sentenza numero 2490 depositata il 9 febbraio 2015 ha precisato che il nucleo affettivo relazionale che caratterizza anche l’unione omo affettiva riceve diretto riconoscimento costituzionale dell’articolo 2 della Costituzione, e può acquisire un grado di protezione e tutela in tutte le situazioni nelle quali la mancanza di una disciplina legislativa determini una lesione di diritti fondamentali scaturenti dalla relazione in questione. In ogni caso, si osserva come nell’ipotesi qui in esame, non si tratta di affermare un diritto a essere genitori, o un diritto ad adottare – come ha argomentato il Tribunale – diritti che anche questa Corte non ritiene rientrare tra i diritti fondamentali, ma si tratta di riconoscere e tutelare, nella misura massima consentita, il diritto del minore alla propria vita famigliare.7) Tutto ciò precisato, e tornando al caso di specie, ove peraltro la disciplina legislativa esiste, si osserva che nel giudizio di primo grado sono state sentite la richiedente e la madre biologica, che hanno anche fornito documentazione circa la vita del nucleo familiare composto dalle stesse e dal minore … è stata acquisita relazione sociale da parte del Servizio competente nonché informazioni presso la stazione dei Carabinieri competente per territorio in ordine alla condotta morale e alla situazione attuale familiare delle minori, come prevede la norma (art. 57, commi 2 e 3, l. 184/83).Come detto, tali accertamenti hanno confermato le allegazioni della richiedente, hanno dato un esito ampiamente positivo con riferimento alla posizione della coppia, la relazione evidenzia che la famiglia si presenta accudente dal punto di vista affettivo e rispondente ai bisogni del minore, il forte rapporto che lega il bambino alla signora .. è immediatamente visibile tanto quanto il rapporto esistente con la madre biologica, il bambino riconosce la signora … a tutti gli effetti come sua mamma, esattamente quanto la signora … risulta dalla relazione che sia la signora … sia la sua compagna, abbiano delle buone competenze nel ruolo genitoriale, siano capaci di percepire i bisogni, carenze e passione del bambino, che riconosce entrambe come figure genitoriali. Dunque può ritenersi la idoneità affettiva e capacità di entrambe le signore a educare e istruire – e ciò non solo con giudizio prognostico, ma con valutazione attuale, poiché il minore dalla nascita è inserito in quel nucleo – e con riferimento alla vita familiare del bambino. Tutti i parametri posti dalla norma sono stati verificati: situazione personale e economiche della richiedente, salute, ambiente famigliare. L’assistente sociale ha concluso affermando che durante i vari colloqui con le signore ed in particolare in occasione della visita domiciliare si è potuta osservare il rapporto tra … e le mamme, ‘di conseguenza si può affermare che il bambino stia crescendo in un clima molto sereno e positivo’. E’ stata sentita anche la maestra del bambino che ha dichiarato che … è sempre allegro e solare, molto sensibile, obbediente, intelligente, con una buona capacità comunicativa e un buon equilibrio emotivo, le mamme hanno un buon rapporto con la scuola, si informano sempre sull’andamento di … sono molto attente, durante la visita domiciliare è stata apprezzata l’organizzazione dell’appartamento, grande e accogliente, ove è prevista la cameretta per il bambino, giochi, libri, molte fotografie che ripercorrono la crescita del bambino. E’ presente il rapporto con la famiglia allargata (nonni, zii). E’ inoltre da notare come nel processo non emerga nessun dato in senso contrario – il PM sin dal primo grado ha chiesto l’accoglimento delle domande. Deve pertanto ritenersi accertato come il minore, che ha un solo genitore biologico, sia inserito dalla nascita in un nucleo familiare composto dalla sua madre biologica e dalla appellante, che si sia creato un forte legame, di tipo genitoriale, tra l’appellante e il bambino, che la richiedente abbia sin qui mostrato piena capacità genitoriale, sotto il profilo materiale e morale, che possa pertanto ritenersi consolidata la vita familiare (rilevante che sensi dell’articolo 8 della Convenzione) tra il minore e la compagna della madre biologica.8} Ritiene pertanto la Corte che la domanda debba essere accolta, così riformandosi la sentenza impugnata, non sussistendo gli impedimenti in diritto riscontrati dalla pronuncia del Tribunale, né ravvisandosi alcun ostacolo, in fatto, per quanto riguarda l’interesse del minore. Il bambino, come ha ben osservato il Procuratore Generale nel corso della discussione, è già di fatto inserito in un nucleo familiare adeguato, e si impone, assai semplicemente, la tutela di tale situazione di fatto, verificati i parametri di cui all’articolo 587 della legge 184 del 1983. Osserva la Corte che il diritto del minore all’identità e al proprio status di figlio, con corrispondente necessità di rimuovere le situazioni di incertezza giuridica, non risulti adeguatamente e compiutamente tutelato con gli strumenti messi in atto sino ad ora dalla richiedente (elencati nella narrativa del presente provvedimento); la pronunzia qui richiesta è congrua con la finalità della norma invocata, finalità individuata dalla Corte Costituzionale nella pronuncia già citata, laddove ha precisato che il legislatore con detta norma ha voluto favorire il consolidamento dei rapporti tra il minore e le persone che già si prendono cura di lui.9) Deve pertanto pronunciarsi l’adozione ex art. 44 l. 184/83 del minore … da parte della signora … disponendosi che l’adottato assuma il cognome dell’adottante e lo anteponga al proprio (art. 299 c.c.).10) Segue la statuizione di cui al dispositivo. Nulla in punto spese non essendovi costituzione di altre parti.
P.Q.M.Visto l’art. 44 legge 4.5.1983 n. 184pronuncia l’adozione del minore … nato a … il … da parte di … nata a Torino il … disponendo che il minore acquisti il cognome dell’adottante e lo anteponga al proprio;Ordina al competente Ufficiale di Stato Civile di effettuare le prescritte annotazioni e trascrizioni.

STEPCHILD ADOPTION

Fonte: Corte di Cassazione

Per approfondimenti su articoli correlati pubblicati dallo Studio Legale A|R, avvocato esperto in diritto di famiglia, digita il seguente link: Studio Legale A|R – News
Facebook: Studio Legale A|R
CONTATTI
Via Ancona 20 – 00198 Roma
Gli orari di apertura dello Studio Legale A|R sono:
dal lunedì al venerdì dalle ore 9.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 19.00
Si riceve solo previo appuntamento telefonico e lo studio riceve anche il sabato mattina
CHIAMA ORA ☎ PER UNA CONSULENZA GRATUITA 📞 +393286717062